martedì 10 novembre 2020

Ritorno alla normalità?

Più passa il tempo e più sembra chiaro che in Italia nessuno vuole ripensare seriamente e cambiare il modello di sviluppo turistico tradizionale. Evidentemente si pensa che dopo il covid tutto tornerà come prima, e quindi non ci sia bisogno di cambiare niente.

Io mantengo tutte le speranze che la crisi possa presto essere superata, ma anche i miei dubbi e timori sul fatto che proprio tutto possa tornare esattamente come prima.

Questo perché nel prossimo futuro ci potrebbe essere più di qualcuno che non sarà disposto a riaccettare tutto – a riaccettare cioè i costi ambientali sociali di uno sviluppo turistico insostenibile - stando in silenzio. E questo qualcuno, questa variabile “incontrollabile” è data dai turisti, da molti turisti con le loro fragilità, vecchie e nuove.

In altre parole un “retour à la normal”, come quello della famosa immagine sessantottarda, non può essere dato per scontato.

Questo però dovrebbe essere il momento giusto per una destinazione (penso soprattutto alle città d’arte che più stanno soffrendo per la situazione attuale), disposta a spingere sull’innovazione, a tentare strade diverse, e a guadagnarsi così gli oneri (e onori) di avviare un nuovo modello di sviluppo condiviso, sostenibile, e quindi non dissipativo come quello del passato basato sull’affollamento.

GD

lunedì 26 ottobre 2020

Sviluppare il turismo e perdere l’identità?


La perdita dell’identità è uno dei costi dello sviluppo turistico quando è basato sull’affollamento e gli eventi ressa. Nella migliore delle ipotesi i centri storici diventano parchi tematici, nella peggiore diventano centri commerciali. La “turistificazione” genera situazioni che nulla hanno a che vedere con le radici storiche e culturali dei luoghi. Nell’uno e nell’altro caso i residenti sono spinti ad andarsene, e con loro i servizi ai residenti… e quegli abitanti che nonostante tutto restano a vivere nei centri storici si trovano “sottomessi” al turismo.

Per questo la situazione attuale di crisi dovrebbe essere l’occasione per dare spazio ad un altro pensiero per lo sviluppo.

Come è quello che propongo in questo Blog

GD 

domenica 25 ottobre 2020

Quattro generazioni sotto lo stesso tetto

 


“No, no, credetemi, da noi, a Pechino le difficoltà non durano mai più di tre mesi”. E’ una delle prime frasi che si leggono nel romanzo di “Quattro generazioni sotto lo stesso tetto” di Lao She, pubblicato la prima volta nel 1949.

Una lettura travolgente che denota un passo diverso rispetto a quello di gran parte della letteratura cinese precedente. Lao She parlando della vita a Pechino e dell’occupazione giapponese iniziata negli anni ’30 del secolo scorso, mostra una capacità di descrizione dei personaggi, del loro carattere, delle loro emozioni, che non ho mai trovato negli autori cinesi del periodo.

“Quattro generazioni sotto lo stesso tetto” parla della vita di famiglie e di persone, alcune irrimediabilente legate al passato, che vivono nella stessa casa e nel vicinato dei vicoli di Pechino. E’ un romanzo “fiume” (cento capitoli, 1500 pagine), un romanzo “corale” citatissimo, ma non ancora tradotto in italiano. Come dicevo, l’autore indaga a fondo le relazioni tra i personaggi e all’interno della famiglia, ma riesce a farlo anche con leggerezza e humor, nonostante il clima di guerra che resta nello sfondo. 

Tra le pagine più belle quelle della descrizione della manifestazione nella piazza Tienanmen imposta dagli occupanti per festeggiare la caduta della città di Baoding, nei fatti un altro tassello che segna la perdita dell’indipendenza dei cinesi, e che viene vissuta come onta dai pechinesi obbligati a partecipare.

Una bella frase che si legge nel libro, per concludere: “La cosa importante non è il dono, ma la persona che lo offre”.

GD

mercoledì 21 ottobre 2020

Il fattore K e l'Italia

 


Il fattore K e l’Italia

Serial tv (K-Drama) seguiti in tutto il mondo, gruppi musicali (K-Pop) che bruciano tutti i primati, film (K-movies) premiati nei Festival del Cinema …, la macchina della cultura pop aumenta il fascino della Corea del Sud – gastronomia e lingua comprese – e cifre alla mano crea un indotto economico molto importante, dimostrando di poter trainare il turismo, migliorare l’immagine del paese e contribuire allo sviluppo economico.

Gli osservatori parlano di Korean Wawe (Hallyu), di certo la Corea del Sud ha un nuovo biglietto da visita che interessa molti giovani e molti trend setter.

So che in Italia in diversi snobbano questi trend, pensano che non dureranno o pensano che questi primati siano legati solo a Netflix. Non mi pare. 

In ogni caso ritengo che anche l’Italia, in un passato non troppo lontano, fosse in grado di lanciare nuovi trend nel cinema, nella musica, nella gastronomia e più in generale nella cultura. Direi che invece di snobbare potremmo cercare di capire meglio questi fenomeni, e provare anche noi a dare qualche segnale di novità, invece di copiare, come purtroppo facciamo nel turismo.

Ma c’è qualcuno che ha voglia di lavorare e di investire su questo?

GD




martedì 20 ottobre 2020

Il futuro del turismo non è in mano agli operatori ma ai turisti

 



A volte sembra proprio che non ci sia niente da fare. 

Neppure di fronte ad una crisi del sistema turistico italliano senza precedenti, c’è voglia di ripensarlo e di rimettersi in discussione. Di fronte alla crisi che sembra travolgere interi comparti, si preferisce procedere come se tutto quello che sta accadendo sia un episodio che possa essere messo tra parentesi e superato, prevedendo qualche sovvenzione, facendo bella mostra di sé negli stand alle fiere, postando una foto accattivante su instangram, inventando una nuova headline e pensando che tutto tornerà come prima. 

Gran parte dei soggetti coinvolti sembra non essersi resa conto che il turismo non è solo comunicazione, e che non si risolvono i problemi del settore solo occupandosi di comunicazione.

Il dibattito internazionale sulla necessità che il turismo ha di reinventarsi, da noi arriva attutito dalla retorica delle Istituzioni e dalle prese di posizione corporative delle lobby del settore.

Sbaglierò, ma credo che i turisti in tutto questo la pensino diversamente; in ogni caso saranno i loro comportamenti, non quelli degli operatori, tantomeno quelli delle istituzioni, a dettare le linee guida del futuro.

sabato 3 ottobre 2020

I due partiti del turismo

 


I due partiti del turismo

Gli addetti ai lavori e gli esperti di turismo mi sembra che al momento si dividano in due partiti: quelli che pensano che niente sarà come prima, e quelli che pensano che tutto tornerà esattamente come prima, appena finita l’emergenza Covid.

Personalmente ritengo che dopo il Covid molte cose dovrebbero cambiare radicalmente, e dunque il mio cuore è più vicino ai primi, ma il realismo mi spinge a temere che saranno i secondi a spuntarla. Appena il Covid sarà un ricordo assisteremo ai modelli di sviluppo turistico che già conosciamo, quelli dell’affollamento e della ressa, ma che forse bisognerebbe definire come i modelli della dissipazione. Mi riferisco alla dissipazione delle risorse disponibili liberamente: ambiente, storia, beni culturali, centri storici…. Perché questi sono i risultati inevitabili, e più evidenti, dei modelli di sviluppo “non sostenibili”.

Salvo il fatto che i nuovi turisti, quelli cioè che vedono la fragilità del nostro essere, assieme alla fragilità di quello che ci circonda, saranno di più del recente passato, non saranno affatto contenti, e forse non staranno neanche in silenzio.

GD


L'immagine in alto è di un mio libriccino degli anni '90, e raccoglie interventi di un dibattito riminese sul turismo di quegli anni. La foto in copertina è di Saro Di Bartolo.


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