martedì 20 ottobre 2020

Il futuro del turismo non è in mano agli operatori ma ai turisti

 



A volte sembra proprio che non ci sia niente da fare. 

Neppure di fronte ad una crisi del sistema turistico italliano senza precedenti, c’è voglia di ripensarlo e di rimettersi in discussione. Di fronte alla crisi che sembra travolgere interi comparti, si preferisce procedere come se tutto quello che sta accadendo sia un episodio che possa essere messo tra parentesi e superato, prevedendo qualche sovvenzione, facendo bella mostra di sé negli stand alle fiere, postando una foto accattivante su instangram, inventando una nuova headline e pensando che tutto tornerà come prima. 

Gran parte dei soggetti coinvolti sembra non essersi resa conto che il turismo non è solo comunicazione, e che non si risolvono i problemi del settore solo occupandosi di comunicazione.

Il dibattito internazionale sulla necessità che il turismo ha di reinventarsi, da noi arriva attutito dalla retorica delle Istituzioni e dalle prese di posizione corporative delle lobby del settore.

Sbaglierò, ma credo che i turisti in tutto questo la pensino diversamente; in ogni caso saranno i loro comportamenti, non quelli degli operatori, tantomeno quelli delle istituzioni, a dettare le linee guida del futuro.

sabato 3 ottobre 2020

I due partiti del turismo

 


I due partiti del turismo

Gli addetti ai lavori e gli esperti di turismo mi sembra che al momento si dividano in due partiti: quelli che pensano che niente sarà come prima, e quelli che pensano che tutto tornerà esattamente come prima, appena finita l’emergenza Covid.

Personalmente ritengo che dopo il Covid molte cose dovrebbero cambiare radicalmente, e dunque il mio cuore è più vicino ai primi, ma il realismo mi spinge a temere che saranno i secondi a spuntarla. Appena il Covid sarà un ricordo assisteremo ai modelli di sviluppo turistico che già conosciamo, quelli dell’affollamento e della ressa, ma che forse bisognerebbe definire come i modelli della dissipazione. Mi riferisco alla dissipazione delle risorse disponibili liberamente: ambiente, storia, beni culturali, centri storici…. Perché questi sono i risultati inevitabili, e più evidenti, dei modelli di sviluppo “non sostenibili”.

Salvo il fatto che i nuovi turisti, quelli cioè che vedono la fragilità del nostro essere, assieme alla fragilità di quello che ci circonda, saranno di più del recente passato, non saranno affatto contenti, e forse non staranno neanche in silenzio.

GD


L'immagine in alto è di un mio libriccino degli anni '90, e raccoglie interventi di un dibattito riminese sul turismo di quegli anni. La foto in copertina è di Saro Di Bartolo.


mercoledì 30 settembre 2020

La crescita della Terza Italia



 

L’estate 2020 ha segnato la crescita di un’Italia tradizionalmente meno visibile rispetto a quella delle grandi città d’arte e delle destinazioni balneari mete del turismo da cartolina, e anche meno visibile rispetto all’Italia magnetica, quella cioè che non riuscendo ad attirare turisti per le risorse culturali ed ambientali, li attira puntando sull’effetto calamita degli eventi, grazie ai quali spopola sui media che affrontano il turismo come fatto di costume.

A fianco di queste due Italie famose e dai grandi numeri, ne cresce una Terza la cui caratteristica principale è il suo essere non scontata, relativamente meno conosciuta, non turisticizzata, o almeno non completamente, insomma fuori dai soliti giri. E’ l’Italia della campagna, delle valli, dei piccoli centri, molti anche sul mare.

Di norma non compare nelle indagini del turismo, se non come sfondo, soprattutto perché dimensione e numeri ufficiali che la caratterizzano sono considerati piccoli, e l’aggettivo “piccolo” in Italia, si sa, è un aggettivo penalizzante, un diminutivo, insomma un concetto in negativo che sottolinea le mancanze, non le differenze.

Ma la Terza Italia è proprio questo, è la differenza: quella degli spazi, della natura, dell’assenza di affollamento. E’ l’Italia dove autenticità e identità sono più leggibili, assieme all’accoglienza, e potrebbe essere la nuova frontiera del vivere, se ci fosse una regia e non ci fossero questi stereotipi con le carenze strutturali che ne derivano.

Ma la Terza Italia potrebbe oggi rappresentare anche la nuova frontiera del turismo, e rispondere così alle aspettative dei nuovi viaggiatori, quelli che dopo il covid, pensano a come reinventare l’esperienza di vacanza, e si aspettano proposte davvero nuove e sostenibili, dove al centro ci siano le persone.

GD

venerdì 25 settembre 2020

Turismo nei borghi: un boom, ma non per tutti

 


I buoni risultati del turismo verso le destinazioni tradizionalmente considerate “minori” sono stati davvero la “grande sorpresa” del turismo estivo del 2020?

A mio parere sono stati una “grande sorpresa” solo per chi non si è accorto che in questi anni è cresciuto a dismisura il “turismo di scoperta”, il turismo cioè di chi non ama le solite destinazioni. I buoni risultati del turismo nei borghi sono stati una sorpresa per chi non ha mai considerato che in Italia sono oltre 20 mila i piccoli centri italiani che hanno tutte le risorse per poter essere considerati un “prodotto turistico” a tutti gli effetti.  

Sono stati una sorpresa per chi non aveva pensato che dopo il lockdown ci sarebbe stato un forte bisogno di “spazio & natura” oltre che di sicurezza, cioè di qualcosa che si può trovare più facilmente nelle destinazioni meno affollate e fuori dai soliti giri, come sono la maggior parte dei borghi del nostro paese. Ma si è trattato di una sorpresa anche per molti amministratori di paesi piccoli e grandi, alcuni dei quali non avevano mai pensato di poter avere turisti per un periodo più lungo di una giornata o due, se non a ferragosto, e anche per quelli abituati a pensare che l’unico modo di attirare turismo fosse l’organizzazione di eventi-ressa, che come sappiamo, in generale si limitano a stimolare escursionismo più che una vera filiera del turismo e un indotto economico diffuso, anche nel tempo.

Ora però questo trend, e lo scenario che ne deriva, rischiano di non ripetersi nel prossimo futuro, perché se, come tutti ci auguriamo, il covid sarà sconfitto o almeno saranno in gran parte limitati i suoi effetti negativi sulla vita di tutti i giorni, la domanda che quest’anno ha premiato le cosiddette destinazioni minori, una domanda cioè tutta italiana e di prossimità, potrebbe essere spinta a desiderare nuovi luoghi per altre scoperte e nuove vacanze. 

Personalmente penso che chi ha considerato la stagione 2020 anche come l’occasione per fidelizzare gli ospiti e per farne degli alleati, avrà ancora buoni risultati; chi invece li ha visti come “portafogli che camminano”,  e li ha guardati arrivare stando seduto senza provare ad “ascoltarli” davvero, credo dovrà ripensare al proprio modo di affrontare il turismo, e capire la differenza che c’è tra servire i turisti e “conquistarli”.

Intervenendo su questi temi all’inizio di stagione avevo sottolineato che la vera scommessa del turismo nei borghi era legata al superamento di alcuni dei punti di debolezza tradizionali dei borghi stessi: se, come auspicavo, in qualche paese o centro storico c’è stata una rinascita dei servizi ai cittadini, se si è avviato qualche progetto per il recupero e un utilizzo sostenibile delle case vuote, se sono stati pensati progetti di ripopolamento, se si è investito in innovazione tecnologicacon una visione del futuro, in quei luoghi le soddisfazioni non mancheranno neppure nel 2021.

Giancarlo Dall’Ara

 

mercoledì 16 settembre 2020

Modello dell’affollamento. Malattia infantile dello sviluppo turistico




Il modello di sviluppo turistico basato sull’affollamento, come ho già avuto modo di denunciare, è il modello attualmente dominante; si basa sull’idea che il successo di una destinazione o di un evento sia dato dal numero degli arrivi e delle presenze turistiche generati. 

I limiti di questo approccio, e di questo modo di fare, sono sotto gli occhi di tutti.

Ci sono alternative? Certamente!

Tutte le forme di turismo diffuse (dall’Albergo Diffuso all’ospitalità diffusa), tutti i progetti come “I Percorsi Accoglienti” di Confartigianato, che non promuovono itinerari irrigimentati quanto piuttosto offerte puntiformi, tutte le iniziative sostenibili sia dal punto di vista sociale che ambientale, sono una alternativa al modello dell’affollamento, sperimentata e percorribile.

In questi mesi poi sono state molte le esperienza che hanno introdotto dei correttivi per evitare i disagi che calca e affollamento inevitabilmente producono. 

Sono temi che affronto regolarmente in questo spazio


Il fatto è che tutte queste iniziative per essere adottate ed essere efficaci hanno bisogno di una diversa cultura del turismo, sostenibile ed orizzontale e, a differenza del modello dominante per il quale il  turismo va semplicemente promosso (secondo l'approccio meccanicistico Stimolo-Reazione), hanno bisogno di essere in primo luogo programmate e governate. E questo è oggi l’unico motivo per il quale si continua sulla vecchia strada della promozione tradizionale e degli eventi-ressa per i quali basta fare un po’ di promozione (online e offline). 

E questo spiega anche perché nelle città d'arte che si sono rivelate più fragili si continui a procedere nella vecchia maniera, come se niente fosse successo.

Eppure basterebbe leggere la storia del turismo per accorgersi che quello che molti considerano l'unico modo di sviluppare turisticamente le destinazioni, è in realtà solo uno dei tanti.

A chi importa se questo modello compromette la fragilità delle destinazioni e lo stile di vita dei residenti, e dei turisti che verranno? A molti, me compreso.

GD

(secondo di una serie di articoli)


Modello dell'affollamento: non ci sono alibi

Riprendo il tema dei miei ultimi post e provo a rispondere ai commenti.

In passato si era abituati a pensare che, una volta avviato il successo turistico di una destinazione, non sarebbe stato possibile limitare il numero degli arrivi.

L’idea era che se si ha successo i turisti arriveranno, e non saranno pochi. 

Fonti più o meno autorevoli sostenevano che alle destinazioni di successo accadesse quello che accade quando si resta incinta: “non si può rimanere incinta un pochino”.

Ma questo accadeva molti anni fa, quando le esperienze di modelli turistici sostenibili facevano i primi passi, e quando la critica al marketing e alla promozione turistica tradizionale, era appannaggio di un piccolo gruppo di eretici, e sembrava che non ci fossero alternative alla promozione. Questo accadeva prima della rivoluzione digitale, quando anche la gamma degli strumenti per la gestione dei flussi turistici era limitata. E naturalmente questo accadeva prima del covid, che ha reso più fragili sia i turisti che le destinazioni.

Oggi che l’impatto negativo dello sviluppo turistico non governato è chiaro a tutti, non ci sono alibi, se non la mancata voglia di rimettersi in discussione, di guardare finalmente al turismo non come ad un fenomeno di costume per una chiacchierata al bar, ma come ad una materia complicata come le altre, che va approfondita e che richiede una visione e progettualità, assieme a qualche competenza e assunzione di responsabilità, qualunque sia il ruolo che si gioca: dal cameriere alla guida, dal ristoratore all’albergatore, dall’Assessore al Ministro.

martedì 8 settembre 2020

Ripensare il modello turistico dell'affollamento

 

Mentre ci avviciniamo alla fine della stagione turistica, come ogni anno sta per iniziare la stagione del turismo “parlato”.

E’ il momento giusto allora per pensare se il vecchio modello di sviluppo turistico basato sull’affollamento sia ancora quello da riproporre.

Il turismo che punta all’affollamento affonda le radici nel passato e la sua evoluzione più recente riguarda gli eventi-ressa, una idea datata e rilanciata negli anni ’80, vista da alcuni come simbolo del successo di una destinazione turistica.

Giudicata oggi sembra contraria ad ogni principio di sostenibilità.

E’ ancora quello il modello verso cui guardare?

Erano questi i pensieri e le domande che mi facevo quando ho pubblicato questo post su FB:

"‪Continuo a pensare che il modello turistico dell'affollamento non possa essere più il modello verso cui guardare per il #futuro del #turismo.

È un modello che affonda le radici nel passato, quando si pensava che le presenze fossero il solo metro di giudizio del successo di una destinazione, ma oggi si vede bene quanto tutto questo sia contrario ad ogni principio di #sostenibilità (sociale, ambientale ed anche economica).

Altri modelli di sviluppo sono necessari e possibili.”

 

Il post ha suscitato un certo interesse e ad una domanda ho risposto in questi termini:

"Il senso delle mie parole è che non possiamo più pensare che il successo di una destinazione possa essere legato al numero dei turisti che arrivano, senza considerare i costi in termini di impatto ambientale e vivibilità, tanto più che è possibile pensare allo sviluppo turistico in modo sostenibile. Oggi non solo non mancano esempi di successo cui guardare, non solo non mancano teorie e scuole di pensiero diverse da quella dominante (penso di avere detto e scritto più di qualcosa a questo proposito), ma c’è anche un diverso ordine di priorità da rispettare imposto dal Covid! "

GD


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