mercoledì 27 novembre 2019

Storie di resistenza allo svuotamento dei centri storici



Il libro di Sarah Gainsforth racconta storie di allontanamento dai centri storici di “soggetti che non rientrano nella categoria del turista ricco”, di residenti e studenti che non trovano più case in affitto, e dell’incapacità politica di gestire il fenomeno Airbnb.
Alle storie di resistenza allo svuotamento dei centri storici e alla loro trasformazione in merce per turisti abbienti, dei quali si legge nel libro, a mio parere si dovrebbe aggiungere anche il caso degli Alberghi Diffusi, il caso cioè di un modello di sviluppo sostenibile, che non genera né impatto ambientale né soprattutto impatto sociale; che nasce spesso come progetto condiviso dagli abitanti, o comunque nel quale molti residenti e molte attività locali hanno un ruolo e ne ricevono benefici; e che infine non provoca fenomeni di “Overtourism” o di “antiturismo”.

“Airbnb città merce: storie di resistenza alla gentrificazione digitale” di Sarah Gainsforth
(DeriveApprodi, 2019)

domenica 17 novembre 2019

La trappola di Airbnb


“Ma è tutto oro quel che luccica? Qual è idea di città che si nasconde veramente dietro il business di Airbnb? Dopo anni di studio, Sarah Gainsforth, ricercatrice e giornalista, ha prodotto il libro “Airbnb città merce” (DeriveApprodi, 189pp) nel quale effettua un’attenta disamina di questa florida società – “prodigio” della Silicon Valley – focalizzandosi sulle conseguenze urbane del turismo low cost. Il testo non risulta né ideologico né manicheo. “La retorica fasulla di Airbnb va combattuta con dati reali e storie vere di origine e resistenza” si legge nella prefazione. Dietro il comodo strumento di Airbnb, si celerebbe un modello di città escludente e diseguale. Innanzitutto il suo business avalla il fenomeno della gentrification, ovvero la riqualificazione estetica dei quartieri impoveriti ma, nello stesso momento, l’aumento dei prezzi e dei valori immobiliari che provoca un ricambio di popolazione e l’espulsione, diretta o indiretta, degli abitanti meno facoltosi. “ 
Ho ripreso queste riflessioni da un articolo di Vincenzo Carbone e Giacomo Russo Spena. L’articolo è stato pubblicato su MicroMega e lo trovate al link che vedete di seguito.
La massificazione dell’industria turistica, persino nella variante individualizzata assunta dalle forme polverizzate non governate (immediatamente) dai grandi tour operator, rendendo “merce” le esperienze urbane e dei territori ha trasfigurato le zone interessate dal consumo turistico massivo e quelle prossimali (turistificazione). Siti d’interesse turistico, territori e città, hanno visto progressivamente mutare funzioni e significati; intere aree urbane subiscono trasformazioni nella composizione degli abitanti, nelle attività economiche e commerciali, nei tempi di vita, esclusivamente scanditi su quelli del consumo. 
I panorami sociali di queste aree sono spopolati, pochissimi i residenti stabili, mentre le classi meno agiate e le famiglie di ceto medio vengono espulsi dalla desertificazione dei servizi di prossimità, oltre che dai costi
 crescenti, o attratti da altri modelli di residenzialità e di insediamento urbano. Dall’altro lato appartamenti di rappresentanza o di proprietà delle classi affluenti e dei professionals sono usate per pochi giorni l’anno. Case senza abitanti e abitanti senza casa rappresentano un altro stridente paradosso dei territori turistificati nei quali si generano conflitti sull’uso dello spazio e sui significati attribuiti ai luoghi tra chi li vive quotidianamente e chi, invece, semplicemente, li consuma. “

sabato 9 novembre 2019

Accoglienza glaciale - video



Ecco un video che mostra una situazione di accoglienza "sgradevole". Il video è stato girato a Parigi nel 2014 e presenta un caso relativo ai servizi di un bar, ma come vedrete si tratta di un tema che è sempre attuale indipendentemente dal periodo, dalla latitudine dalla longitudine.
Sono situazioni come queste che trasformano le visite ai luoghi, e gli incontri con le persone, da momenti "memorabili" a situazioni sgradevoli che generano un'immagine negativa sull'insieme delle esperienze di visita.
Sono le tante situazioni come questa che dovrebbero spingere gli Enti e le organizzazioni che si occupano di turismo a investire di più sulla risorsa umana e a promuovere una vera cultura dell'accoglienza.
Video qui:
http://www.francetvinfo.fr/economie/medias/video-quand-deux-touristes-chinoises-testent-l-amabilite-d-un-garcon-de-cafe-a-paris_620689.html


lunedì 21 ottobre 2019

La sindrome di Wanderlust



Vi propongo uno stralcio di un articolo davvero interessante dello psicologo Stefano Cobianchi: "Cesare Pavese scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Un paese è prima di tutto un luogo, e un luogo è uno spazio depositario di significati. È insieme un territorio concreto e una dimensione simbolica evocativa. Il paese come luogo racconta sia delle persone che lo hanno abitato nel passato, sia di quelle che lo abitano nel presente. È un registro di passaggi, di tracce sedimentate, posate sui pavimenti, sui muri, affacciate alle finestre. 
Essendo un luogo una “narrazione”, la sua storia si palesa attraverso l’immaginario che di esso, in noi stessi, si va costituendo non solo se lo viviamo ma anche mentre lo immaginiamo. Un luogo è tale perché esistono delle persone che lo considerano il loro luogo, persone che lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo pensano e lo modificano interagendo con esso. Ogni luogo è fatto delle sensazioni che ci evoca, delle immagini che ne costruiamo e quelle che ne ereditiamo. 
Citando Pontalis , “ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”. Cerchiamo un particolare luogo del mondo per dare un’immagine a qualcosa che è già in noi. Come scrive Rilke, noi “nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno definitivamente”. 
In altre parole, il rapporto che una persona instaura con l’ambiente dev’essere visto in termini generativi di se stessi. Quindi, cercando luoghi diversi, una persona cerca se stessa, cerca la propria identità, e la va costruendo ogni volta che cambia paesaggio e città. Ciò è positivo perché serve ad arricchire la propria personalità di esperienze provenienti dal contatto con diversi ambienti e persone di altre culture. Noi capiamo chi siamo proprio nel confronto con realtà e persone diverse.
Tuttavia, un individuo con un senso di identità fragile è alla continua ricerca di conferme dall’esterno, e rischia di entrare in un meccanismo di dipendenza dai viaggi, o di cambiare sé stesso e il proprio modo di pensare solo per “adeguarsi” al paese in cui “fugge” ogni volta scappando simbolicamente da se stesso. La ricerca scientifica l’ha chiamata “sindrome di Wanderlust”, e ha scoperto un meccanismo di dipendenza da dopamina nel cervello, simile a quello che si instaura per le droghe pesanti. Queste persone provano una grande eccitazione nel programmare nuovi viaggi, e non vogliono restare a lungo nello stesso luogo perché vivono il continuo bisogno di sentirsi stimolate dalla novità di nuovi ambienti, persone e paesaggi. Proiettandosi in luoghi diversi e spostandosi in continuazione, queste persone difficilmente riescono a creare legami profondi con un luogo. 
“Mettere radici” e stabilire legami profondi con luoghi soggettivamente significativi è invece fin dall’antichità un’esperienza comune nella vita degli esseri umani. A questo speciale sentimento che ci lega ai luoghi importanti della nostra vita è stato dato il nome di “place attachment”, ovvero attaccamento a un luogo. Nasce dal bisogno ancestrale di avere legami, di controllare il mondo, di sentirci di appartenere ad esso e in esso di permanere. In particolare, i luoghi acquisiscono per noi un valore affettivo nella misura in cui essi sono scenario delle nostre esperienze di vita più significative. Come si spiega allora il bisogno di andare via anche dai luoghi amati, o dai propri luoghi nativi?
Oltre ai significati individuali, legati alle esperienze e alle memorie personali, l’attaccamento al luogo è influenzato dai significati simbolici condivisi tra i membri di una comunità. I processi di globalizzazione e la diffusione dei fenomeni migratori da una parte, e del “mito di una vita migliore” dall’altra, hanno portato ad una progressiva omologazione dei luoghi, e ad un indebolimento delle idiosincrasie culturali. D’altra parta, la diffusione capillare dei nuovi media, in cui ognuno puo’ farsi “travel blogger”, ha ampliato e modificato la definizione di luogo, includendo anche i “non-luoghi virtuali”. Oggi spesso viaggiamo inseguendo la visione che di un luogo ha avuto un altro, cercando di riprodurre la sua personale “proiezione”. Perché in essa, noi inseguiamo l’Anima che abbiamo perso e non sentiamo più nel luogo in cui invece siamo. Ciò che emerge è una sempre maggiore permeabilità dei confini, non solo di città e paesi, ma anche della nostra psiche.
(...) Secondo James Hillman, “i luoghi rivelano loro stessi non tanto attraverso la concentrazione di particolari o una descrizione grafica dettagliata, quanto piuttosto attraverso ‘lo sguardo’. La visione che accoglie “tutto” come anima, atmosfera, natura e genio del luogo”. Hillman ci richiama non alle foto dei blog e alla visione “di superficie” dei luoghi, ma alla centralità dello sguardo dell’immaginazione, e del vedere in profondità, con l’anima, i luoghi del mondo. Bisogna guardare un luogo “in trasparenza”, cioè attraverso i suoi significati. L’intimità, l’interiorità, la profondità del luogo è l’anima del luogo stesso. Dobbiamo quindi “fare anima” nei luoghi e con i luoghi, ovvero applicare a riscoprirne lo spirito, quella componente magica del significato interiore che oggi sembra essere del tutto trascurata e dimenticata".
V. articolo originale di Stefano Cobianchi nella sua pagina Facebook @Stefanocobianchipsicologo 


martedì 15 ottobre 2019

Centri commerciali illuminatissimi e città buie




NON CI TROVERETE
“Quando cercherete un piccolo panettiere, non lo troverete.
Un calzolaio, o un piccolo artigiano a cui chiedere un favore.
Non lo troverete.
Vorrete una torta, un mobile su misura, l’aggiustamento di una persiana, o un consiglio su un nuovo elettrodomestico che duri qualche anno, non lo avrete.
Non è una richiesta, e neanche una protesta.
Non è una rivendicazione politica e neanche una minaccia.
Non ci troverete.
Vorrete un negoziante con cui consigliarvi per un trapano, un chiodo o una vernice.
Vorrete saper come usare un oggetto o quale flauto è meglio per vostro figlio.
Vorrete una pasticceria come una volta, o la pasta fatta in casa.
Un formaggio vero.
Un piccolo bar, un caffè come si deve.
Non ci troverete.
Vorrete riparare un vecchio lume, o rifare il tessuto.
Vorrete aggiustare un triciclo a cui siete affezionati, o il seggiolone.
Vorrete un consiglio su un pavimento, un dottore che ascolti le vostre paure.
Non ci troverete.
Non ci saremo più.
Spazzati via da grandissimi centri commerciali dove altri poveretti sottopagati, a tutto saranno attenti tranne che a voi.
Che non sapranno nulla di quello che chiederete loro.
Centri commerciali illuminatissimi in città buie.Circondati da lunghe sequele di negozi chiusi in vie un po' sporche e poco sicure.
Forse allora chiederete aiuto, forse vorrete trovare un amico, una luce, un consiglio, una bettola, una chiacchiera, una comunità.
Sarà tardi.
Non ci troverete.
Alcune cose vanno fatte per tempo.
Il tempo di un risveglio e di un ritorno alla comunità, all’impegno e alla lotta è arrivato.
È ora.
Se aspetterete,
non ci troverete”.

Ho letto questo bel “manifesto” su FB, nella pagina di @Bologna40100. C’era scritto, in fondo, “Fate Girare”.
Lo faccio volentieri

mercoledì 2 ottobre 2019

#Overtourism


La soluzione dell'Overtourism - che in molte destinazioni sta generando disastri - non può essere affidata a quegli stessi Enti turistici che lo hanno generato 


#Overtourism
Dopo un secolo di promozione turistica e un dopo un ventennio di webmarketing - basati ambedue su un approccio meccanicistico per il quale si hanno risultati se si bombarda il mercato, il target-group, con stimoli ai quali i consumatori dovrebbero reagire come i topolini dei famosi esperimenti di laboratorio - visti i risultati, non è forse venuto il momento di pensare ad un marketing più umano e sostenibile? cioè quello di cui si occupa questo blog.
Ed è anche venuto il momento di riconciliare lo sviluppo turistico con la qualità della vita dei residenti, adottando formule senza impatto ambientale, e senza impatto sociale negativo, come l’Albergo Diffuso.




Per saperne di più su questo tema vi consiglio un articolo QUI

giovedì 12 settembre 2019

Le grandi città? Simboli di disuguaglianza



Quando hai finito l’Università, quando cominci a pensare di creare la tua famiglia, pensi anche ad una casa più grande, e che costi di meno; pensi ad un luogo vicino alla natura, dove tu non sei costretto a perdere ogni giorno due ore per gli spostamenti… 
Detto così, la vita nelle grandi città sembra un rito di passaggio.
Ma non è solo così, considerato che il trend è ancora quello che vede crescere le popolazioni urbane, e le megalopoli, ma con alcune significative eccezioni che fanno rilettere.
I centri di grandi città come Parigi e New York City stanno perdendo abitanti, e tra quanti restano a viverci, significativamente, si trovano persone con un reddito elevato, singles o con famiglie piccole. Insomma nei centri delle grandi città sembra che ci resti solo chi può permetterselo.
Naturalmente la maggior parte delle grandi città non soffre il problema dello spopolamento, ma un allentamento della densità urbana comincia ad essere evidente. A crescere sono soprattutto le periferie, e risulta sempre più evidente quanto gli abitanti dei centri storici più ricchi e più connessi all’economia globale, siano sempre più nettamente separati dagli altri. 
Per questo, Richard Longworth, del Chicago Council on Global Affairs, afferma che le città globali sono diventate simbolo di disuguaglianza. Qualcosa che non può rimanere senza conseguenze.

 

Appunti tratti da Global cities begin to shrink as inner areas empty out

di Judith Evans
https://www.ft.com/content/c88b4c54-b925-11e9-96bd-8e884d3ea203?shareType=nongift

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