mercoledì 8 gennaio 2020

I piccoli centri non sono la periferia del Paese


I piccoli centri non sono la periferia del Paese
Per molti osservatori i borghi, i piccoli paesi, sono “luoghi che non contano”. 
Lo si vede spesso nell’informazione, e anche nelle scelte della politica che invece di offrire opportunità e incentivi a chi sceglie di investire – o anche semplicemente di vivere – nei piccoli centri, finisce per premiare le città, soprattuto quelle più grandi (1).

Contrariamente ad una opinione molto diffusa però i piccoli centri non sono la periferia del Paese. Chi va alla ricerca, ad esempio, di località vicine alla natura, o di luoghi dove possono essere trovati sapori e prodotti autentici, o di località dove si può sperimentare uno stile di vita meno costoso, più relazionale e più a misura d’uomo…, la classifica si ribalta, e al primo posto troverà i paesi, i centri minori, non certo le grandi città.
C’è poi un altro dato da considerare: gli studi di Edward Glaeser dicono che la prossimità fisica fra chi svolge attività ad alto valore aggiunto, stimola il trasferimento di conoscenza e quindi la crescita. 
Se questo è vero, mi sembra che siamo di fronte ad un’altra grande potenzialità che i borghi, in modo speciale, potrebbero offrire assai più delle grandi città. A patto che la piramide degli investimenti cambi e su di loro si investa anche in tecnologia e innovazione.
Giancarlo Dall’Ara

(1) Anche se, occorre aggiungere che questo avviene spesso a discapito dei centri storici.

venerdì 20 dicembre 2019

Antiturismo & turismofobia, un pensiero natalizio



A quelli che odiano i turisti andrebbe ricordato che ognuno di noi, quando è in viaggio, è turista per qualcun altro. 
Buon Natale!

giovedì 12 dicembre 2019

Destroying and rebuilding from scratch is not the best solution


The trend, which is reviving a number of depopulating Italian villages, appeals to Chinese tourists who are eager to savour a lost world where they can enjoy Italian authenticity and traditions, says Giancarlo Dall’Ara, a professor of marketing in tourism, and a consultant for Italian tourist regions and destinations.
According to Dall’Ara, who is frequently in contact with Chinese developers and is a great believer in the scattered resort prototype, the trend has enormous potential and could be exported to China to help rescue forgotten rural villages there.
“Destroying and rebuilding from scratch, as the Chinese tend to do, is not the best solution,” he says. “Preservation and architectural transformation is the key to innovative, sustainable development. Old houses can be restyled with modern comforts, and that’s real progress.”

Tratto da: 
Why Chinese tourists love Italy’s quaint rural villages: scenery, solitude, silence – luxuries many don’t have at home
·       More Chinese tourists have visited Italy this year than any other European country, with many seeking out the country’s villages and hamlets
·       The trend is helping revitalise depopulated villages in rural areas of the country
https://www.scmp.com/lifestyle/travel-leisure/article/3041561/why-chinese-tourists-love-italys-quaint-rural-villages


mercoledì 27 novembre 2019

Storie di resistenza allo svuotamento dei centri storici



Il libro di Sarah Gainsforth racconta storie di allontanamento dai centri storici di “soggetti che non rientrano nella categoria del turista ricco”, di residenti e studenti che non trovano più case in affitto, e dell’incapacità politica di gestire il fenomeno Airbnb.
Alle storie di resistenza allo svuotamento dei centri storici e alla loro trasformazione in merce per turisti abbienti, dei quali si legge nel libro, a mio parere si dovrebbe aggiungere anche il caso degli Alberghi Diffusi, il caso cioè di un modello di sviluppo sostenibile, che non genera né impatto ambientale né soprattutto impatto sociale; che nasce spesso come progetto condiviso dagli abitanti, o comunque nel quale molti residenti e molte attività locali hanno un ruolo e ne ricevono benefici; e che infine non provoca fenomeni di “Overtourism” o di “antiturismo”.

“Airbnb città merce: storie di resistenza alla gentrificazione digitale” di Sarah Gainsforth
(DeriveApprodi, 2019)

domenica 17 novembre 2019

La trappola di Airbnb


“Ma è tutto oro quel che luccica? Qual è idea di città che si nasconde veramente dietro il business di Airbnb? Dopo anni di studio, Sarah Gainsforth, ricercatrice e giornalista, ha prodotto il libro “Airbnb città merce” (DeriveApprodi, 189pp) nel quale effettua un’attenta disamina di questa florida società – “prodigio” della Silicon Valley – focalizzandosi sulle conseguenze urbane del turismo low cost. Il testo non risulta né ideologico né manicheo. “La retorica fasulla di Airbnb va combattuta con dati reali e storie vere di origine e resistenza” si legge nella prefazione. Dietro il comodo strumento di Airbnb, si celerebbe un modello di città escludente e diseguale. Innanzitutto il suo business avalla il fenomeno della gentrification, ovvero la riqualificazione estetica dei quartieri impoveriti ma, nello stesso momento, l’aumento dei prezzi e dei valori immobiliari che provoca un ricambio di popolazione e l’espulsione, diretta o indiretta, degli abitanti meno facoltosi. “ 
Ho ripreso queste riflessioni da un articolo di Vincenzo Carbone e Giacomo Russo Spena. L’articolo è stato pubblicato su MicroMega e lo trovate al link che vedete di seguito.
La massificazione dell’industria turistica, persino nella variante individualizzata assunta dalle forme polverizzate non governate (immediatamente) dai grandi tour operator, rendendo “merce” le esperienze urbane e dei territori ha trasfigurato le zone interessate dal consumo turistico massivo e quelle prossimali (turistificazione). Siti d’interesse turistico, territori e città, hanno visto progressivamente mutare funzioni e significati; intere aree urbane subiscono trasformazioni nella composizione degli abitanti, nelle attività economiche e commerciali, nei tempi di vita, esclusivamente scanditi su quelli del consumo. 
I panorami sociali di queste aree sono spopolati, pochissimi i residenti stabili, mentre le classi meno agiate e le famiglie di ceto medio vengono espulsi dalla desertificazione dei servizi di prossimità, oltre che dai costi
 crescenti, o attratti da altri modelli di residenzialità e di insediamento urbano. Dall’altro lato appartamenti di rappresentanza o di proprietà delle classi affluenti e dei professionals sono usate per pochi giorni l’anno. Case senza abitanti e abitanti senza casa rappresentano un altro stridente paradosso dei territori turistificati nei quali si generano conflitti sull’uso dello spazio e sui significati attribuiti ai luoghi tra chi li vive quotidianamente e chi, invece, semplicemente, li consuma. “

sabato 9 novembre 2019

Accoglienza glaciale - video



Ecco un video che mostra una situazione di accoglienza "sgradevole". Il video è stato girato a Parigi nel 2014 e presenta un caso relativo ai servizi di un bar, ma come vedrete si tratta di un tema che è sempre attuale indipendentemente dal periodo, dalla latitudine dalla longitudine.
Sono situazioni come queste che trasformano le visite ai luoghi, e gli incontri con le persone, da momenti "memorabili" a situazioni sgradevoli che generano un'immagine negativa sull'insieme delle esperienze di visita.
Sono le tante situazioni come questa che dovrebbero spingere gli Enti e le organizzazioni che si occupano di turismo a investire di più sulla risorsa umana e a promuovere una vera cultura dell'accoglienza.
Video qui:
http://www.francetvinfo.fr/economie/medias/video-quand-deux-touristes-chinoises-testent-l-amabilite-d-un-garcon-de-cafe-a-paris_620689.html


lunedì 21 ottobre 2019

La sindrome di Wanderlust



Vi propongo uno stralcio di un articolo davvero interessante dello psicologo Stefano Cobianchi: "Cesare Pavese scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Un paese è prima di tutto un luogo, e un luogo è uno spazio depositario di significati. È insieme un territorio concreto e una dimensione simbolica evocativa. Il paese come luogo racconta sia delle persone che lo hanno abitato nel passato, sia di quelle che lo abitano nel presente. È un registro di passaggi, di tracce sedimentate, posate sui pavimenti, sui muri, affacciate alle finestre. 
Essendo un luogo una “narrazione”, la sua storia si palesa attraverso l’immaginario che di esso, in noi stessi, si va costituendo non solo se lo viviamo ma anche mentre lo immaginiamo. Un luogo è tale perché esistono delle persone che lo considerano il loro luogo, persone che lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo pensano e lo modificano interagendo con esso. Ogni luogo è fatto delle sensazioni che ci evoca, delle immagini che ne costruiamo e quelle che ne ereditiamo. 
Citando Pontalis , “ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”. Cerchiamo un particolare luogo del mondo per dare un’immagine a qualcosa che è già in noi. Come scrive Rilke, noi “nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno definitivamente”. 
In altre parole, il rapporto che una persona instaura con l’ambiente dev’essere visto in termini generativi di se stessi. Quindi, cercando luoghi diversi, una persona cerca se stessa, cerca la propria identità, e la va costruendo ogni volta che cambia paesaggio e città. Ciò è positivo perché serve ad arricchire la propria personalità di esperienze provenienti dal contatto con diversi ambienti e persone di altre culture. Noi capiamo chi siamo proprio nel confronto con realtà e persone diverse.
Tuttavia, un individuo con un senso di identità fragile è alla continua ricerca di conferme dall’esterno, e rischia di entrare in un meccanismo di dipendenza dai viaggi, o di cambiare sé stesso e il proprio modo di pensare solo per “adeguarsi” al paese in cui “fugge” ogni volta scappando simbolicamente da se stesso. La ricerca scientifica l’ha chiamata “sindrome di Wanderlust”, e ha scoperto un meccanismo di dipendenza da dopamina nel cervello, simile a quello che si instaura per le droghe pesanti. Queste persone provano una grande eccitazione nel programmare nuovi viaggi, e non vogliono restare a lungo nello stesso luogo perché vivono il continuo bisogno di sentirsi stimolate dalla novità di nuovi ambienti, persone e paesaggi. Proiettandosi in luoghi diversi e spostandosi in continuazione, queste persone difficilmente riescono a creare legami profondi con un luogo. 
“Mettere radici” e stabilire legami profondi con luoghi soggettivamente significativi è invece fin dall’antichità un’esperienza comune nella vita degli esseri umani. A questo speciale sentimento che ci lega ai luoghi importanti della nostra vita è stato dato il nome di “place attachment”, ovvero attaccamento a un luogo. Nasce dal bisogno ancestrale di avere legami, di controllare il mondo, di sentirci di appartenere ad esso e in esso di permanere. In particolare, i luoghi acquisiscono per noi un valore affettivo nella misura in cui essi sono scenario delle nostre esperienze di vita più significative. Come si spiega allora il bisogno di andare via anche dai luoghi amati, o dai propri luoghi nativi?
Oltre ai significati individuali, legati alle esperienze e alle memorie personali, l’attaccamento al luogo è influenzato dai significati simbolici condivisi tra i membri di una comunità. I processi di globalizzazione e la diffusione dei fenomeni migratori da una parte, e del “mito di una vita migliore” dall’altra, hanno portato ad una progressiva omologazione dei luoghi, e ad un indebolimento delle idiosincrasie culturali. D’altra parta, la diffusione capillare dei nuovi media, in cui ognuno puo’ farsi “travel blogger”, ha ampliato e modificato la definizione di luogo, includendo anche i “non-luoghi virtuali”. Oggi spesso viaggiamo inseguendo la visione che di un luogo ha avuto un altro, cercando di riprodurre la sua personale “proiezione”. Perché in essa, noi inseguiamo l’Anima che abbiamo perso e non sentiamo più nel luogo in cui invece siamo. Ciò che emerge è una sempre maggiore permeabilità dei confini, non solo di città e paesi, ma anche della nostra psiche.
(...) Secondo James Hillman, “i luoghi rivelano loro stessi non tanto attraverso la concentrazione di particolari o una descrizione grafica dettagliata, quanto piuttosto attraverso ‘lo sguardo’. La visione che accoglie “tutto” come anima, atmosfera, natura e genio del luogo”. Hillman ci richiama non alle foto dei blog e alla visione “di superficie” dei luoghi, ma alla centralità dello sguardo dell’immaginazione, e del vedere in profondità, con l’anima, i luoghi del mondo. Bisogna guardare un luogo “in trasparenza”, cioè attraverso i suoi significati. L’intimità, l’interiorità, la profondità del luogo è l’anima del luogo stesso. Dobbiamo quindi “fare anima” nei luoghi e con i luoghi, ovvero applicare a riscoprirne lo spirito, quella componente magica del significato interiore che oggi sembra essere del tutto trascurata e dimenticata".
V. articolo originale di Stefano Cobianchi nella sua pagina Facebook @Stefanocobianchipsicologo 


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