sabato 9 novembre 2019

Accoglienza glaciale - video



Ecco un video che mostra una situazione di accoglienza "sgradevole". Il video è stato girato a Parigi nel 2014 e presenta un caso relativo ai servizi di un bar, ma come vedrete si tratta di un tema che è sempre attuale indipendentemente dal periodo, dalla latitudine dalla longitudine.
Sono situazioni come queste che trasformano le visite ai luoghi, e gli incontri con le persone, da momenti "memorabili" a situazioni sgradevoli che generano un'immagine negativa sull'insieme delle esperienze di visita.
Sono le tante situazioni come questa che dovrebbero spingere gli Enti e le organizzazioni che si occupano di turismo a investire di più sulla risorsa umana e a promuovere una vera cultura dell'accoglienza.
Video qui:
http://www.francetvinfo.fr/economie/medias/video-quand-deux-touristes-chinoises-testent-l-amabilite-d-un-garcon-de-cafe-a-paris_620689.html


lunedì 21 ottobre 2019

La sindrome di Wanderlust



Vi propongo uno stralcio di un articolo davvero interessante dello psicologo Stefano Cobianchi: "Cesare Pavese scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Un paese è prima di tutto un luogo, e un luogo è uno spazio depositario di significati. È insieme un territorio concreto e una dimensione simbolica evocativa. Il paese come luogo racconta sia delle persone che lo hanno abitato nel passato, sia di quelle che lo abitano nel presente. È un registro di passaggi, di tracce sedimentate, posate sui pavimenti, sui muri, affacciate alle finestre. 
Essendo un luogo una “narrazione”, la sua storia si palesa attraverso l’immaginario che di esso, in noi stessi, si va costituendo non solo se lo viviamo ma anche mentre lo immaginiamo. Un luogo è tale perché esistono delle persone che lo considerano il loro luogo, persone che lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo pensano e lo modificano interagendo con esso. Ogni luogo è fatto delle sensazioni che ci evoca, delle immagini che ne costruiamo e quelle che ne ereditiamo. 
Citando Pontalis , “ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”. Cerchiamo un particolare luogo del mondo per dare un’immagine a qualcosa che è già in noi. Come scrive Rilke, noi “nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno definitivamente”. 
In altre parole, il rapporto che una persona instaura con l’ambiente dev’essere visto in termini generativi di se stessi. Quindi, cercando luoghi diversi, una persona cerca se stessa, cerca la propria identità, e la va costruendo ogni volta che cambia paesaggio e città. Ciò è positivo perché serve ad arricchire la propria personalità di esperienze provenienti dal contatto con diversi ambienti e persone di altre culture. Noi capiamo chi siamo proprio nel confronto con realtà e persone diverse.
Tuttavia, un individuo con un senso di identità fragile è alla continua ricerca di conferme dall’esterno, e rischia di entrare in un meccanismo di dipendenza dai viaggi, o di cambiare sé stesso e il proprio modo di pensare solo per “adeguarsi” al paese in cui “fugge” ogni volta scappando simbolicamente da se stesso. La ricerca scientifica l’ha chiamata “sindrome di Wanderlust”, e ha scoperto un meccanismo di dipendenza da dopamina nel cervello, simile a quello che si instaura per le droghe pesanti. Queste persone provano una grande eccitazione nel programmare nuovi viaggi, e non vogliono restare a lungo nello stesso luogo perché vivono il continuo bisogno di sentirsi stimolate dalla novità di nuovi ambienti, persone e paesaggi. Proiettandosi in luoghi diversi e spostandosi in continuazione, queste persone difficilmente riescono a creare legami profondi con un luogo. 
“Mettere radici” e stabilire legami profondi con luoghi soggettivamente significativi è invece fin dall’antichità un’esperienza comune nella vita degli esseri umani. A questo speciale sentimento che ci lega ai luoghi importanti della nostra vita è stato dato il nome di “place attachment”, ovvero attaccamento a un luogo. Nasce dal bisogno ancestrale di avere legami, di controllare il mondo, di sentirci di appartenere ad esso e in esso di permanere. In particolare, i luoghi acquisiscono per noi un valore affettivo nella misura in cui essi sono scenario delle nostre esperienze di vita più significative. Come si spiega allora il bisogno di andare via anche dai luoghi amati, o dai propri luoghi nativi?
Oltre ai significati individuali, legati alle esperienze e alle memorie personali, l’attaccamento al luogo è influenzato dai significati simbolici condivisi tra i membri di una comunità. I processi di globalizzazione e la diffusione dei fenomeni migratori da una parte, e del “mito di una vita migliore” dall’altra, hanno portato ad una progressiva omologazione dei luoghi, e ad un indebolimento delle idiosincrasie culturali. D’altra parta, la diffusione capillare dei nuovi media, in cui ognuno puo’ farsi “travel blogger”, ha ampliato e modificato la definizione di luogo, includendo anche i “non-luoghi virtuali”. Oggi spesso viaggiamo inseguendo la visione che di un luogo ha avuto un altro, cercando di riprodurre la sua personale “proiezione”. Perché in essa, noi inseguiamo l’Anima che abbiamo perso e non sentiamo più nel luogo in cui invece siamo. Ciò che emerge è una sempre maggiore permeabilità dei confini, non solo di città e paesi, ma anche della nostra psiche.
(...) Secondo James Hillman, “i luoghi rivelano loro stessi non tanto attraverso la concentrazione di particolari o una descrizione grafica dettagliata, quanto piuttosto attraverso ‘lo sguardo’. La visione che accoglie “tutto” come anima, atmosfera, natura e genio del luogo”. Hillman ci richiama non alle foto dei blog e alla visione “di superficie” dei luoghi, ma alla centralità dello sguardo dell’immaginazione, e del vedere in profondità, con l’anima, i luoghi del mondo. Bisogna guardare un luogo “in trasparenza”, cioè attraverso i suoi significati. L’intimità, l’interiorità, la profondità del luogo è l’anima del luogo stesso. Dobbiamo quindi “fare anima” nei luoghi e con i luoghi, ovvero applicare a riscoprirne lo spirito, quella componente magica del significato interiore che oggi sembra essere del tutto trascurata e dimenticata".
V. articolo originale di Stefano Cobianchi nella sua pagina Facebook @Stefanocobianchipsicologo 


martedì 15 ottobre 2019

Centri commerciali illuminatissimi e città buie




NON CI TROVERETE
“Quando cercherete un piccolo panettiere, non lo troverete.
Un calzolaio, o un piccolo artigiano a cui chiedere un favore.
Non lo troverete.
Vorrete una torta, un mobile su misura, l’aggiustamento di una persiana, o un consiglio su un nuovo elettrodomestico che duri qualche anno, non lo avrete.
Non è una richiesta, e neanche una protesta.
Non è una rivendicazione politica e neanche una minaccia.
Non ci troverete.
Vorrete un negoziante con cui consigliarvi per un trapano, un chiodo o una vernice.
Vorrete saper come usare un oggetto o quale flauto è meglio per vostro figlio.
Vorrete una pasticceria come una volta, o la pasta fatta in casa.
Un formaggio vero.
Un piccolo bar, un caffè come si deve.
Non ci troverete.
Vorrete riparare un vecchio lume, o rifare il tessuto.
Vorrete aggiustare un triciclo a cui siete affezionati, o il seggiolone.
Vorrete un consiglio su un pavimento, un dottore che ascolti le vostre paure.
Non ci troverete.
Non ci saremo più.
Spazzati via da grandissimi centri commerciali dove altri poveretti sottopagati, a tutto saranno attenti tranne che a voi.
Che non sapranno nulla di quello che chiederete loro.
Centri commerciali illuminatissimi in città buie.Circondati da lunghe sequele di negozi chiusi in vie un po' sporche e poco sicure.
Forse allora chiederete aiuto, forse vorrete trovare un amico, una luce, un consiglio, una bettola, una chiacchiera, una comunità.
Sarà tardi.
Non ci troverete.
Alcune cose vanno fatte per tempo.
Il tempo di un risveglio e di un ritorno alla comunità, all’impegno e alla lotta è arrivato.
È ora.
Se aspetterete,
non ci troverete”.

Ho letto questo bel “manifesto” su FB, nella pagina di @Bologna40100. C’era scritto, in fondo, “Fate Girare”.
Lo faccio volentieri

mercoledì 2 ottobre 2019

#Overtourism


La soluzione dell'Overtourism - che in molte destinazioni sta generando disastri - non può essere affidata a quegli stessi Enti turistici che lo hanno generato 


#Overtourism
Dopo un secolo di promozione turistica e un dopo un ventennio di webmarketing - basati ambedue su un approccio meccanicistico per il quale si hanno risultati se si bombarda il mercato, il target-group, con stimoli ai quali i consumatori dovrebbero reagire come i topolini dei famosi esperimenti di laboratorio - visti i risultati, non è forse venuto il momento di pensare ad un marketing più umano e sostenibile? cioè quello di cui si occupa questo blog.
Ed è anche venuto il momento di riconciliare lo sviluppo turistico con la qualità della vita dei residenti, adottando formule senza impatto ambientale, e senza impatto sociale negativo, come l’Albergo Diffuso.




Per saperne di più su questo tema vi consiglio un articolo QUI

giovedì 12 settembre 2019

Le grandi città? Simboli di disuguaglianza



Quando hai finito l’Università, quando cominci a pensare di creare la tua famiglia, pensi anche ad una casa più grande, e che costi di meno; pensi ad un luogo vicino alla natura, dove tu non sei costretto a perdere ogni giorno due ore per gli spostamenti… 
Detto così, la vita nelle grandi città sembra un rito di passaggio.
Ma non è solo così, considerato che il trend è ancora quello che vede crescere le popolazioni urbane, e le megalopoli, ma con alcune significative eccezioni che fanno rilettere.
I centri di grandi città come Parigi e New York City stanno perdendo abitanti, e tra quanti restano a viverci, significativamente, si trovano persone con un reddito elevato, singles o con famiglie piccole. Insomma nei centri delle grandi città sembra che ci resti solo chi può permetterselo.
Naturalmente la maggior parte delle grandi città non soffre il problema dello spopolamento, ma un allentamento della densità urbana comincia ad essere evidente. A crescere sono soprattutto le periferie, e risulta sempre più evidente quanto gli abitanti dei centri storici più ricchi e più connessi all’economia globale, siano sempre più nettamente separati dagli altri. 
Per questo, Richard Longworth, del Chicago Council on Global Affairs, afferma che le città globali sono diventate simbolo di disuguaglianza. Qualcosa che non può rimanere senza conseguenze.

 

Appunti tratti da Global cities begin to shrink as inner areas empty out

di Judith Evans
https://www.ft.com/content/c88b4c54-b925-11e9-96bd-8e884d3ea203?shareType=nongift

sabato 24 agosto 2019

Is Your Town Nearing Extinction? Try Turning It Into a Resort




Is Your Town Nearing Extinction? Try Turning It Into a Resort
Welcome to the world of alberghi diffusi, where tiny villages are going all-in on tourism to save themselves.
By Nikki Ekstein

Roughly 2,500 villages in Italy and almost 3,000 in Spain are at risk of becoming ghost towns. In Japan, 8 million or so buildings sit vacant. As better jobs and modern lifestyles lure young people to cities, what happens to the crumbling hamlets they leave behind?

A few aspiring hoteliers are fighting brain drain and rural flight by turning abandoned buildings in their villages into hospitality hubs. The Italians even have a name for these towns-turned-resorts: alberghi diffusi, or “scattered hotels.”

Giancarlo Dall’Ara, an Italian hotelier and tourism marketing professor, set the first and only standards for these accommodations in 2012, when he created the National Association of Alberghi Diffusi. He penned a manifesto identifying their core components: They cannot occupy new structures, the scattered buildings that make them up should be no more than 500 meters apart, and they must contribute to sustainable socioeconomic development. They must also act more like hotels than Airbnbs, with clearly marked reception areas, hot breakfasts, and other amenities. According to Dall’Ara, the concept should be able to stem depopulation and create jobs, alleviating the immediate crises facing many of these fading rural communities. “This is an emergency,” he says. In some places, entire villages have been put up for sale. Towns in the Jura region of France or Galicia in Spain can be had for as little as €150,000 ($175,000), the way of life there having effectively ended.
Dall’Ara estimates there are roughly 110 alberghi diffusi in Italy, up from about 20 in 2008. The Airbnb revolution has inadvertently contributed to the rise of this sort of accommodation. The home-sharing platform has exposed travelers to off-the-beaten-path destinations where large hotels have yet to arrive and fueled the rise of so-called authenticity seekers.
“Thanks to Airbnb and thanks to the fact that travelers care more about sustainability now, this idea of ‘living like a local’ feels current,” Dall’Ara says.

articolo originale qui: https://www.bloomberg.com/news/features/2018-09-20/from-italy-to-japan-alberghi-diffusi-are-saving-dying-villages

giovedì 1 agosto 2019

Una visione turistica del mondo? Una lettura per le vacanze



Di “una visione turistica del mondo” parla Christopher Lasch nel suo libro “La rivolta delle élite”, un libro del 1995 che ha molto da dire anche ai giorni nostri. 
Di questo libro, l’ultimo del grande sociologo e storico americano, scomparso un anno prima della pubblicazione del libro, propongo di seguito solo una riflessione: (…) il tentativo di far rivivere le città costruendo centri per le conventions e impianti sportivi destinati ad attrarre turisti si limitano ad accentuare il contrasto tra ricchezza e povertà. La città diventa un bazar (…).

Buone vacanze!

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