martedì 12 giugno 2012

Il consumatore più o meno lo conosciamo, ma conosciamo l’uomo?

“Una delle cifre dell’economia post-industriale è la crescente centralità del consumatore, la sua progressiva sofisticazione, la sua voglia di contare e influire sui prodotti che compra, la sua capacità di trasformarsi in efficace promoter (tramite il marketing virale) o in pungente detrattore, grazie alla visibilità sui social network. Ma nonostante ciò il consumatore – e più in generale l’uomo – continua a essere generalmente poco conosciuto. (…) scoprire il vero senso delle parole alle quali è sempre più importante restituire i loro significati vivificanti, che “dicano di più”. Nomen omen, dicevano i latini, e la perdita di questa capacità delle parole di andare oltre è uno dei mali della contemporaneità. Vi sono parole talmente abusate – pensiamo ad esempio a innovazione o a crescita – che sono oramai sciupate e non “dicono più nulla”. Il problema è talmente critico per la nostra epoca – dominata dai mezzi di comunicazione – che il filosofo Galimberti ne ha fatto l’argomento del suo ultimo libro: I Miti del nostro tempo. In questo libro afferma che uno dei mali del presente deriva dall’accettazione acritica di idee-concetti – e cita per esempio “tecnica”, “crescita”, “mercato”, “globalizzazione”, “nuove tecnologie” – che non vengono più messe in discussione e diventano stereotipi, miti. Per questo anche il marketing deve partire da un rinnovamento del suo linguaggio, che sostituisca parole abusate e oramai morte, con parole capaci di vivificare”. Liberamente ripreso da Andrea Granelli: SE IL MARKETING PUO' INDOVINARE I NOSTRI PENSIERI, Telema 2.0 numero 1, novembre 2011

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