sabato 23 giugno 2012

La filosofia del cammino secondo Paolo Rumiz


"È palpabile l'interesse crescente che si sta sviluppando in Italia, e non solo, verso la più antica modalità di viaggio, ovvero il camminare. Come mai, secondo lei?
(…) Penso anche che stiamo cominciando a svegliarci, a capire che per troppo tempo abbiamo viaggiato in modo passivo. Alcuni di noi hanno intuito che il potere ci vuole chini sui nostri computer, per organizzare dei viaggi solo virtuali, preconfezionati.
Credo, inoltre, che, in Italia in particolare, il territorio si sia incredibilmente inselvatichito, anche per incuria. Di conseguenza, sull'Appennino, sulle Alpi e nei grandi boschi di pianura è possibile trovare molta più avventura, e anche molti più pericoli, rispetto a cinquant'anni fa.
Che cosa ne pensa della via Francigena? È un percorso che ha mai fatto o che le piacerebbe fare?
 Ho percorso dei tratti, però, fintanto che i vari comuni e provincie che sono ne sono attraversati si ostinano a tirare i percorsi nel proprio territorio, falsando quindi l'antico percorso e interpretandolo ciascuno a modo proprio, il senso della strada come grande asse unitario si perde.
Siamo italiani anche nell'interpretazione di queste vie! Non saremo mai capaci di fare qualcosa di simile al Cammino di Santiago, a meno che non ci sia un grande progetto che scenda dall'alto. Il percorso spagnolo è nato semplicemente dalla constatazione che esistevano delle strade. Si sono mappate, si sono fatte attraversare, qualche locanda ha aperto nelle vicinanze..
Non è un grande investimento costruire una via come la Francigena, è sufficiente rivalutare le strade esistenti, ma facciamo anche questo con difficoltà, perché
da noi i soldi si muovono soltanto se ci sono grossi lavori da fare. Lì non ci sono e quindi non si fa niente.
(…)
Perché partire è la parte più difficile di un viaggio?
 Perché devi tagliare i ponti con le tue abitudini. È una piccola lacerazione, specialmente se stai via a lungo. La sensazione è ancora più forte se parti da solo e quindi non porti dietro niente del tuo vecchio mondo. Allora accetti che il viaggio ti modifichi, accetti di esser disposto a un cambiamento, a una rilettura di te stesso.
All'inizio può essere faticoso, difficile, può creare dei momenti di smarrimento, di abbattimento, di stanchezza, di depressione, che però normalmente spariscono dopo due o tre giorni. Io le conosco queste sensazioni, so che arrivano e sono abituato a passarci attraverso. Così come so che il cammino ti ridà vigore proprio quando credi di non farcela, non tanto per un fatto fisico ma perché ti senti un cretino, là da solo, ti chiedi dove vai, che cosa stai facendo. Poi passi magari una notte insonne, superi questo diaframma di abbattimento e lì il viaggio comincia davvero.
(…)
Lei consiglia di "migrare in luoghi che ci mettano in discussione", che cosa significa e come si fa?
Per esser messi in discussione totalmente, devi andare in luoghi che proprio non conosci, di cui non sai nulla, tanto meno la lingua. È una scelta molto forte. Io non faccio passi così lunghi, cerco di andare alle periferie del mio mondo, in luoghi dove già gli uomini sono diversi ma non così tanto da  impedirmi, con un piccolo sforzo, di capirli. È importante che ci sia almeno un po' di dialogo.
In genere, nei viaggi si parte pesanti e si torna leggeri. Non parti con lo zaino vuoto che poi riporti carico di cose da mostrare agli amici: diapositive, souvenir, gadget. No, parti invece appesantito da una serie di pregiudizi, idee, luoghi comuni e poi li butti via strada facendo perché ti accorgi che non funzionano nel mondo che attraversi. Allora cominci ad alleggerirti. Ti rimangono poche cose ma quelle poche sono estremamente valide.
(..)
Siamo noi che scegliamo un viaggio o è il viaggio che sceglie noi?
All'inizio siamo noi, perché partiamo sempre da un'idea. Scegliamo un itinerario, una meta, facciamo dei programmi, che poi saranno miseramente smantellati dal viaggio stesso, che si presenta molto spesso diverso da ciò che tu immaginavi, e guai se nn fosse così. L'intelligenza del viaggiatore sta proprio nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti di direzione, agli incontri.
L'ho sentita affermare che viaggiare in modo francescano è la chiave per trovare un mondo migliore di quello che ci aspettiamo. Che cosa significa esattamente?
Se tu viaggi umilmente, lanci segnali a prescindere dalla lingua, dai documenti. Come si diceva poco fa, si comunica anche attraverso la povertà mezzo e la semplicità abbigliamento. Treni seconda classe di lunga percorrenza, macchinina, bus, bicicletta, sono mezzi che la gente del posto apprezza. Sono felici di vedere uno straniero che arriva, magari da paesi più ricchi, ma si sposta come loro. Questo fa simpatia.
(...)
Consigli per gli aspiranti viandanti?
Innanzitutto è importante cominciare con poco, magari facendosi una bella settimana con un paio di vecchie scarpe e un vecchio sacco è già una bella esprienza. Può anche cambiarti la vita un viaggio di una settimana, nel senso che può farti capire che cosa vale e che cosa no.
Piacere minestra calda dopo una giornata a piedi è assolutamente incomparabile.
Consiglierei poi di portare sempre taccuino e di imparare ad ascoltarsi. Quando il tuo cuore, la tua mente ti dice qualcosa, fissala su carta e ripensaci quando sei tornato. In realtà il viaggio si compie mille volte: nella preparazione, nell'esecuzione, nel ripensamento, nel racconto orale, con gli amici, poi con la scrittura. Un viaggio si fissa in tanti modi.
Un viaggio di una settimana può riverberarsi quasi all'infinito, per il resto della vita.
Non parliamo poi degli incontri che puoi fare e che rimangono. Talvolta capita di incontrare degli sconosciuti che ti dicono cose che ti si stampano nella mente, quindi è anche un modo per allargare le proprie conoscenze.
Altra cosa che consiglio a tutti è di partire dalla porta di casa, perché così prendi bene le misure del mondo. Anche se sei in una grande città, attraversi pian piano tutta la periferia e poi vedi che diventa campagna, noti una serie di cose che nella tua vita frettolosa non avresti notato mai.
Altro consiglio che do è di non correre. Fare tappe anche piccole però fermandosi, osservando, facendosi un pediluvio, qualche disegno, una dormitina sotto un albero, bevendo una birra.
Non contano il numero dei chilometri, conta la rotondità dell'andatura che tu hai introitato.
Il cammino è una filosofia, intervista a Paolo Rumiz di Affari Italiani (di Cristina Favento)

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