giovedì 25 ottobre 2012

Quando il marketing rovina i musei


Qualche giorno fa sono stato in visita ad un bel museo, un museo di storia locale, di quelli che io definisco il "museo dei musei" (un museo cioè che invita a visitarne altri).
Una delle ragazze che ci ha accompagnato sembrava avesse letto i miei libri, parlava di "Rimandi", di stimoli e non divieti a fotografare..., insomma tutto bene, se non fosse che era vestita come una hostess di un aeroporto!
Strano, ho pensato, un bel museo, una bella esperienza, perché banalizzarla con una divisa decontestualizzata?
Poi il mistero si è chiarito da solo. All'uscita la hostess ci ha riempito di gadget: la penna col marchio, la busta col marchietto, i materiali tutti coordinati e uguali, e altri gadget ancora...., esattamente come quelli che si ti darebbe una qualunque azienda produttrice di un qualsiasi prodotto standard, in qualsiasi parte del mondo!
Ma non era quello un museo di storia locale? Cioè di quelli che valorizzano le identità locali, le radici, la comunità locale?
Tra i tanti gadget anche il biglietto da visita con la qualifica "promotion manager".
Ecco, perfetto!
E' il classico caso nel quale il marketing non è più uno strumento di lavoro, qualcosa che tu utilizzi per migliorare la tua attività, ma diventa una filosofia aziendale, che tutto omologa, e rende sostituibile.
Insomma non è più il museo che usa il marketing, ma il marketing che pervade e stravolge il museo.
Proprio quello che i musei non devono fare, se vogliono proporre l'identità dei luoghi e se vogliono avere un'anima.




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