giovedì 2 novembre 2017

Antiturismo: una forma di apartheid



Prima parte
Torno sul tema Antiturismo. E spero non pensiate che io esageri nel parlare di antiturismo e nell'indicare questo atteggiamento come ingiusto, anche moralmente ingiusto, oltre che dannoso per l'economia del turismo e per la cultura di ospitalità di un paese. Ovviamente non ci sono solo gli atteggiamenti provocatori, i divieti per i turisti, il tema è assai più complesso e riguarda anche lo snobismo di tanti intellettuali che vedono nel turismo solo aspetti negativi, e che più in generale considerano i turisti come cittadini di serie B. Tornerò ancora, e anzi presto, su questi temi, per ora vi propongo un articolo pubblicato qualche anno fa che parla di antiturismo a Barcellona. "Turisti di qua, residenti di là: a Barcellona, come due settimane fa sulla Quinta Strada a New York, sono entrati in azione il normografo e la vernice bianca per separare il cammino degli autoctoni da quello degli ospiti, implicitamente un po’ troppo ingombranti. In alcune delle vie più frequentate della città, nel Barrio Gotico, qualcuno aveva fatto ordine, l’altra notte, delimitando le corsie riservate sui marciapiedi, con un’inedita (almeno in Spagna) segnaletica orizzontale. Semplice ma chiarificatrice e, a prima vista, abbastanza professionale: «barceloneses» a sinistra, «turistas» a destra. A Manhattan era viceversa, però l’importante è non mescolarsi. Il Comune ha subito declinato qualunque responsabilità, ma la presidentessa dell’Associazione di quartiere del Centro Storico, Maria Mas, non vede nulla di discriminatorio o di particolarmente stonato nell’iniziativa per regolare il traffico pedonale: «Può servire almeno a farci riflettere — ha detto al quotidiano La Vanguardia —, in zona non ne possiamo davvero più». La pazienza è arrivata al limite per le stesse ragioni che, invece, inorgogliscono il responsabile dell’ente turismo di Barcellona, Joan Gaspart: nel bilancio di fine anno si prevedono il 12 o il 15% di visitatori in più rispetto al 2009. L’affollamento giova all’economia locale, ma meno alla mobilità e così, sull’esempio di qualche abitante esasperato di New York, sono nate le corsie preferenziali per chi va di fretta ed è stanco di essere intralciato dagli sfaccendati forestieri. Già sulle Ramblas, per prassi, i residenti evitano il marciapiede centrale, normalmente popolato di stranieri, venditori ambulanti, statue viventi, prestigiatori e, purtroppo, borsaioli. Chi è del posto preferisce procedere spedito e controcorrente ai margini del viale, o evitare del tutto la principale passeggiata cittadina. Ma spennellare l’apartheid a chiare lettere sull’asfalto è parso grossolano alla maggioranza dei residenti. Con qualche eccezione ancora più estremista: «Perché le scritte sono in castigliano e non in catalano? » si è lamentato qualche lettore del quotidiano. «E io, che sono di Sitges — si è informato un abitante del simpatico borgo marinaro a 40 chilometri dalla capitale —, che corsia devo prendere? Non sarebbe stato meglio dividere piuttosto i marciapiedi fra catalani e turisti?». L’ipotesi non diverte Bernat Joan, segretario per la politica linguistica della Generalitat, il governo catalano, ed esponente del partito indipendentista Esquerra Republicana de Catalunya: «Io ho casa a Ibiza e lavoro a Barcellona. Che significa? Che quando lavoro uso una corsia e quando sono fuori servizio l’altra? Non scherziamo. I turisti sono più che benvenuti a Barcellona e non rappresentano certo un problema per noi». Le scritte apparse ieri mattina in centro hanno aggiunto legna al fuoco delle polemiche, ormai di lungo corso, sull’abbigliamento dei turisti che, con il caldo, attraversano Barcellona in tenuta da spiaggia, a torso nudo o in pareo. Manifesti municipali d’invito alla decenza si rivolgeranno prossimamente ai «descamisados » di passaggio. E, in quel caso, non sarà per scherzo. (Corriere della Sera, ELISABETTA ROSASPINA)

Seconda parte: Ho scritto il post che avete letto nel 2013 e non ho resistito alla tentazione di ripubblicarlo 4 anni dopo, assieme all'articolo del Corriere della Sera di Elisabetta Rosaspina.
In questi anni è successo di tutto. Oggi il turismo è sul banco degli imputati per vicende che vanno dalla distruzione del Vallo di Adriano, all'inquinamento nelle aree alpine, al costo della vita nelle città, alla distruzione di aree paesaggistiche e centri storici.
Non ho ancora trovato altri spazi online che sostengano quello che invece io sostengo, e che cioè i danni dei quali si parla sono provocati in primo luogo dall'industria del turismo (cioè dagli imprenditori privati e dai soggetti pubblici che se ne occupano). Sono loro che hanno costruito alberghi e hanno autorizzato alloggi dove non si sarebbe dovuto (per non dire dei centri commerciali, delle darsene, dei villaggi turistici...). Sono loro che promuovono destinazioni che sono da anni al limite della loro capacità. 
Ma come si vede bene anche dall'articolo del Corriere, questi anni potevano essere utilizzati per correre ai ripari, per avviare un diverso modello di sviluppo turistico sostenibile.
Cosa alla quale - purtroppo- non si pensa neppure ora.





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