lunedì 21 ottobre 2019

La sindrome di Wanderlust



Vi propongo uno stralcio di un articolo davvero interessante dello psicologo Stefano Cobianchi: "Cesare Pavese scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Un paese è prima di tutto un luogo, e un luogo è uno spazio depositario di significati. È insieme un territorio concreto e una dimensione simbolica evocativa. Il paese come luogo racconta sia delle persone che lo hanno abitato nel passato, sia di quelle che lo abitano nel presente. È un registro di passaggi, di tracce sedimentate, posate sui pavimenti, sui muri, affacciate alle finestre. 
Essendo un luogo una “narrazione”, la sua storia si palesa attraverso l’immaginario che di esso, in noi stessi, si va costituendo non solo se lo viviamo ma anche mentre lo immaginiamo. Un luogo è tale perché esistono delle persone che lo considerano il loro luogo, persone che lo abitano, lo popolano, lo vivono, lo pensano e lo modificano interagendo con esso. Ogni luogo è fatto delle sensazioni che ci evoca, delle immagini che ne costruiamo e quelle che ne ereditiamo. 
Citando Pontalis , “ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”. Cerchiamo un particolare luogo del mondo per dare un’immagine a qualcosa che è già in noi. Come scrive Rilke, noi “nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno definitivamente”. 
In altre parole, il rapporto che una persona instaura con l’ambiente dev’essere visto in termini generativi di se stessi. Quindi, cercando luoghi diversi, una persona cerca se stessa, cerca la propria identità, e la va costruendo ogni volta che cambia paesaggio e città. Ciò è positivo perché serve ad arricchire la propria personalità di esperienze provenienti dal contatto con diversi ambienti e persone di altre culture. Noi capiamo chi siamo proprio nel confronto con realtà e persone diverse.
Tuttavia, un individuo con un senso di identità fragile è alla continua ricerca di conferme dall’esterno, e rischia di entrare in un meccanismo di dipendenza dai viaggi, o di cambiare sé stesso e il proprio modo di pensare solo per “adeguarsi” al paese in cui “fugge” ogni volta scappando simbolicamente da se stesso. La ricerca scientifica l’ha chiamata “sindrome di Wanderlust”, e ha scoperto un meccanismo di dipendenza da dopamina nel cervello, simile a quello che si instaura per le droghe pesanti. Queste persone provano una grande eccitazione nel programmare nuovi viaggi, e non vogliono restare a lungo nello stesso luogo perché vivono il continuo bisogno di sentirsi stimolate dalla novità di nuovi ambienti, persone e paesaggi. Proiettandosi in luoghi diversi e spostandosi in continuazione, queste persone difficilmente riescono a creare legami profondi con un luogo. 
“Mettere radici” e stabilire legami profondi con luoghi soggettivamente significativi è invece fin dall’antichità un’esperienza comune nella vita degli esseri umani. A questo speciale sentimento che ci lega ai luoghi importanti della nostra vita è stato dato il nome di “place attachment”, ovvero attaccamento a un luogo. Nasce dal bisogno ancestrale di avere legami, di controllare il mondo, di sentirci di appartenere ad esso e in esso di permanere. In particolare, i luoghi acquisiscono per noi un valore affettivo nella misura in cui essi sono scenario delle nostre esperienze di vita più significative. Come si spiega allora il bisogno di andare via anche dai luoghi amati, o dai propri luoghi nativi?
Oltre ai significati individuali, legati alle esperienze e alle memorie personali, l’attaccamento al luogo è influenzato dai significati simbolici condivisi tra i membri di una comunità. I processi di globalizzazione e la diffusione dei fenomeni migratori da una parte, e del “mito di una vita migliore” dall’altra, hanno portato ad una progressiva omologazione dei luoghi, e ad un indebolimento delle idiosincrasie culturali. D’altra parta, la diffusione capillare dei nuovi media, in cui ognuno puo’ farsi “travel blogger”, ha ampliato e modificato la definizione di luogo, includendo anche i “non-luoghi virtuali”. Oggi spesso viaggiamo inseguendo la visione che di un luogo ha avuto un altro, cercando di riprodurre la sua personale “proiezione”. Perché in essa, noi inseguiamo l’Anima che abbiamo perso e non sentiamo più nel luogo in cui invece siamo. Ciò che emerge è una sempre maggiore permeabilità dei confini, non solo di città e paesi, ma anche della nostra psiche.
(...) Secondo James Hillman, “i luoghi rivelano loro stessi non tanto attraverso la concentrazione di particolari o una descrizione grafica dettagliata, quanto piuttosto attraverso ‘lo sguardo’. La visione che accoglie “tutto” come anima, atmosfera, natura e genio del luogo”. Hillman ci richiama non alle foto dei blog e alla visione “di superficie” dei luoghi, ma alla centralità dello sguardo dell’immaginazione, e del vedere in profondità, con l’anima, i luoghi del mondo. Bisogna guardare un luogo “in trasparenza”, cioè attraverso i suoi significati. L’intimità, l’interiorità, la profondità del luogo è l’anima del luogo stesso. Dobbiamo quindi “fare anima” nei luoghi e con i luoghi, ovvero applicare a riscoprirne lo spirito, quella componente magica del significato interiore che oggi sembra essere del tutto trascurata e dimenticata".
V. articolo originale di Stefano Cobianchi nella sua pagina Facebook @Stefanocobianchipsicologo 


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