mercoledì 8 gennaio 2020

I piccoli centri non sono la periferia del Paese


I piccoli centri non sono la periferia del Paese
Per molti osservatori i borghi, i piccoli paesi, sono “luoghi che non contano”. 
Lo si vede spesso nell’informazione, e anche nelle scelte della politica che invece di offrire opportunità e incentivi a chi sceglie di investire – o anche semplicemente di vivere – nei piccoli centri, finisce per premiare le città, soprattuto quelle più grandi (1).

Contrariamente ad una opinione molto diffusa però i piccoli centri non sono la periferia del Paese. Chi va alla ricerca, ad esempio, di località vicine alla natura, o di luoghi dove possono essere trovati sapori e prodotti autentici, o di località dove si può sperimentare uno stile di vita meno costoso, più relazionale e più a misura d’uomo…, la classifica si ribalta, e al primo posto troverà i paesi, i centri minori, non certo le grandi città.
C’è poi un altro dato da considerare: gli studi di Edward Glaeser dicono che la prossimità fisica fra chi svolge attività ad alto valore aggiunto, stimola il trasferimento di conoscenza e quindi la crescita. 
Se questo è vero, mi sembra che siamo di fronte ad un’altra grande potenzialità che i borghi, in modo speciale, potrebbero offrire assai più delle grandi città. A patto che la piramide degli investimenti cambi e su di loro si investa anche in tecnologia e innovazione.
Giancarlo Dall’Ara

(1) Anche se, occorre aggiungere che questo avviene spesso a discapito dei centri storici.

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