mercoledì 16 settembre 2020

Modello dell’affollamento. Malattia infantile dello sviluppo turistico




Il modello di sviluppo turistico basato sull’affollamento, come ho già avuto modo di denunciare, è il modello attualmente dominante; si basa sull’idea che il successo di una destinazione o di un evento sia dato dal numero degli arrivi e delle presenze turistiche generati. 

I limiti di questo approccio, e di questo modo di fare, sono sotto gli occhi di tutti.

Ci sono alternative? Certamente!

Tutte le forme di turismo diffuse (dall’Albergo Diffuso all’ospitalità diffusa), tutti i progetti come “I Percorsi Accoglienti” di Confartigianato, che non promuovono itinerari irrigimentati quanto piuttosto offerte puntiformi, tutte le iniziative sostenibili sia dal punto di vista sociale che ambientale, sono una alternativa al modello dell’affollamento, sperimentata e percorribile.

In questi mesi poi sono state molte le esperienza che hanno introdotto dei correttivi per evitare i disagi che calca e affollamento inevitabilmente producono. 

Sono temi che affronto regolarmente in questo spazio


Il fatto è che tutte queste iniziative per essere adottate ed essere efficaci hanno bisogno di una diversa cultura del turismo, sostenibile ed orizzontale e, a differenza del modello dominante per il quale il  turismo va semplicemente promosso (secondo l'approccio meccanicistico Stimolo-Reazione), hanno bisogno di essere in primo luogo programmate e governate. E questo è oggi l’unico motivo per il quale si continua sulla vecchia strada della promozione tradizionale e degli eventi-ressa per i quali basta fare un po’ di promozione (online e offline). 

E questo spiega anche perché nelle città d'arte che si sono rivelate più fragili si continui a procedere nella vecchia maniera, come se niente fosse successo.

Eppure basterebbe leggere la storia del turismo per accorgersi che quello che molti considerano l'unico modo di sviluppare turisticamente le destinazioni, è in realtà solo uno dei tanti.

A chi importa se questo modello compromette la fragilità delle destinazioni e lo stile di vita dei residenti, e dei turisti che verranno? A molti, me compreso.

GD

(secondo di una serie di articoli)


Modello dell'affollamento: non ci sono alibi

Riprendo il tema dei miei ultimi post e provo a rispondere ai commenti.

In passato si era abituati a pensare che, una volta avviato il successo turistico di una destinazione, non sarebbe stato possibile limitare il numero degli arrivi.

L’idea era che se si ha successo i turisti arriveranno, e non saranno pochi. 

Fonti più o meno autorevoli sostenevano che alle destinazioni di successo accadesse quello che accade quando si resta incinta: “non si può rimanere incinta un pochino”.

Ma questo accadeva molti anni fa, quando le esperienze di modelli turistici sostenibili facevano i primi passi, e quando la critica al marketing e alla promozione turistica tradizionale, era appannaggio di un piccolo gruppo di eretici, e sembrava che non ci fossero alternative alla promozione. Questo accadeva prima della rivoluzione digitale, quando anche la gamma degli strumenti per la gestione dei flussi turistici era limitata. E naturalmente questo accadeva prima del covid, che ha reso più fragili sia i turisti che le destinazioni.

Oggi che l’impatto negativo dello sviluppo turistico non governato è chiaro a tutti, non ci sono alibi, se non la mancata voglia di rimettersi in discussione, di guardare finalmente al turismo non come ad un fenomeno di costume per una chiacchierata al bar, ma come ad una materia complicata come le altre, che va approfondita e che richiede una visione e progettualità, assieme a qualche competenza e assunzione di responsabilità, qualunque sia il ruolo che si gioca: dal cameriere alla guida, dal ristoratore all’albergatore, dall’Assessore al Ministro.

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